{"id":3651,"date":"2015-05-15T08:31:26","date_gmt":"2015-05-15T08:31:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.valorelavoro.com\/?p=3651"},"modified":"2015-05-15T08:31:26","modified_gmt":"2015-05-15T08:31:26","slug":"le-periferie-di-roma-sono-ancora-periferie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/2015\/05\/le-periferie-di-roma-sono-ancora-periferie\/","title":{"rendered":"Le periferie di Roma sono ancora periferie?"},"content":{"rendered":"<div id=\"post-38139\" class=\"post-38139 post type-post status-publish format-standard has-post-thumbnail hentry category-editoriali category-primo-piano entry\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando s\u2019immagina una metropoli la mente va dritta ad uno schema che si fonda sulla distinzione netta tra la citt\u00e0 formale che costituisce il centro e, poi, una citt\u00e0 parallela edificata per lo pi\u00f9 in maniera casuale, schizofrenica, difforme, quasi un ammasso confuso come una marmellata. Il centro lo immaginiamo come il luogo della legalit\u00e0, dell\u2019ordine, della relazionalit\u00e0 e della cultura. Mentre la periferia la concepiamo come un magma orientato verso il centro per assumerne l\u2019immagine e somigliargli. Il centro lo pensiamo come la residenza delle classi agiate. Mentre la periferia la idealizziamo come il luogo dove si affollano le classi subalterne, vogliose di emanciparsi e scardinare il recinto, il confine, la divisione.<br \/>\nAnche Roma la immaginiamo cos\u00ec. Chiunque, nei decenni scorsi, sia venuto da altre regioni ad abitare a Roma potrebbe identificarsi in Guido Corsalini, il protagonista del romanzo di Paolo Volponi La strada per Roma, quando giunse nella capitale la prima volta. Ancora sul treno, \u201cegli vedeva le prime case, le prime vie che andavano a stendersi in larghi sterrati o che erano chiuse da argini di detriti\u201d. Il convoglio si inoltrava nell\u2019abitato e \u201cmirava al centro, all\u2019arrivo, a quella parte pi\u00f9 nobile della citt\u00e0 che sarebbe stata Roma per lui\u201d. Dal finestrino \u201cvedeva ruderi di mattoni e mentre guardava i monumenti trov\u00f2 la citt\u00e0, distesa e alzata per quartieri interi, alti e stretti, larga larga, bagnata sotto gli alberi, riempita dalle sonagliere, dai vetri, dalle corse; la citt\u00e0 grande, migliaia di finestre affacciate, gli spigoli che la squadravano, i cornicioni dei palazzi, i piani, le insegne, la polvere che si vedeva sotto il sole come se fosse essa stessa la terra; e i selciati, le aiuole fiorite, i giardini e i fiori appassiti che parevano messi, abbandonati ovunque, in ogni spiazzo e cantone. Il treno rallentava ed era ormai in mezzo alla rete dei binari\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La contemporaneit\u00e0 dei tempi<\/strong><br \/>\nMa andiamo a guardare Roma attentamente con lo sguardo che tocca le cose, le modifica, le trasforma in parole, in immagini parlanti ed espressive, le distingue da s\u00e9 e le fa vere. Se gli occhi guardano con amore, essi vedono. Non solo il luogo, ma il tempo: un luogo che \u00e8 il tempo; il tempo che \u00e8 un luogo. Ritroviamo cos\u00ec, nell\u2019aspetto di Roma, le infinite particolarit\u00e0 di un grande mosaico, le innumerevoli vite quotidiane, le abitazioni nelle sue molteplici forme, le strade, le piazze, gli orti, gli alberi, le ricchezze, le miserie, i beni, i mali, le gioie, i dolori, la cronaca, i problemi, il tessuto dell\u2019esistenza, tutto il multiforme e mutevole presente, tutta la memoria in un volto che tende tutto a somigliarci.<br \/>\n\u201cDa l\u00ec, intorno, non si vedevano che tre o quattro cose. La distesa irregolare e immensa del prato con in fondo le sue barriere di case coi lumi tremolanti (palazzoni, da una parte, una distesa di casette dentellate coi muri a secco dall\u2019altra); il cielo con qualche nuvola spennellata appena nel suo indaco profondo; la luna, in mezzo a quel cielo, che da rossa stava diventando di una luce fresca e purissima, con accanto, altrettanto luminosa la fedele piccola stella del crepuscolo. Tutto questo scenario \u2013 dove non c\u2019erano sfumature, se non forse ai bordi del tratto fosforescente di cielo illuminato dalla luna \u2013 era riempito da un unico profondo odore, quello del finocchio selvatico. Tutto il cosmo era l\u00ec, in quel pratone, in quel cielo, in quegli orizzonti urbani appena visibili e in quell\u2019inebriante odore di erba estiva\u201d. Cos\u00ec Pier Paolo Pasolini descriveva nei primi anni settanta il pratone della Casilina, dove Carlo, il protagonista del romanzo incompiuto Petrolio, consuma un rapporto orale con venti ragazzi come in un ossessivo rituale del potere, ripetitivo e noioso. In quell\u2019enorme spazio, tra l\u2019Acquedotto Alessandrino e le baracche, c\u2019era stato fino agli anni sessanta un campo di calcio dedicato al martire della Resistenza, Giordano Sangalli, che risiedeva nel quartiere di Tor Pignattara ed era stato ucciso dai soldati tedeschi a 17 anni. Era solita allenarsi in quel campo la mitica squadra \u201cChinotto Neri\u201d arrivata in poco tempo a giocare in serie C. Fondate dai fratelli Neri, trasportatori di bibite e inventori della gustosa formula che fece il giro del mondo, l\u2019impresa e la squadra erano fallite dopo un decennio di rapido successo. E il campo sportivo era tornato ad essere un prato impervio. Oggi c\u2019\u00e8 il parco Sangalli con l\u2019area giochi per bambini frequentatissima dalle famiglie bengalesi, il circolo bocciofilo dedicato a Sandro Pertini e l\u2019area cani. Ogni sabato si fa il mercato contadino, pieno di gente, e lo stato di desolazione descritto nelle opere pasoliniane \u00e8 soltanto un ricordo.<br \/>\nSe andiamo a guardare la periferia romana con amore, noteremo con stupore che essa ha un volto che somiglia a noi stessi che la miriamo. Non c\u2019\u00e8 angolo di Roma, dentro e fuori il grande raccordo anulare, che non rimandi in qualche modo alla presenza degli antichi Romani e delle diverse comunit\u00e0 umane che nel tempo sono venute a insediarsi in questo territorio. La Roma delle origini accolse individui apolidi, nomadi, nobili decaduti e persino schiavi. Roma, si potrebbe dire, nacque come una citt\u00e0 aperta non solo ai fuggitivi, ma agli uomini di coraggio, in cerca del nuovo, capaci di iniziative inedite. Dall\u2019antichit\u00e0 ad oggi, Roma non ha mai cessato di essere una citt\u00e0 capitale: di un grande impero e poi del mondo cristiano, di uno Stato ecclesiastico, infine dell\u2019Italia unita. Si realizza nel territorio romano pi\u00f9 che altrove una sorta di contemporaneit\u00e0 dei tempi. Tutto \u00e8 avvenuto, tutto \u00e8 nel presente. Scrive Carlo Levi parlando di Roma: \u201cOgni albero, ogni roccia, ogni fontana, contiene dentro di s\u00e9 gli Dei pi\u00f9 antichi: l\u2019aria e la terra ne sono impastati e intrisi. Con gli Dei, gli uomini e i loro fatti: sui selciati delle strade, sugli asfalti delle automobili risuona l\u2019eco di passi innumerevoli\u201d.<br \/>\nLa contemporaneit\u00e0 dei tempi non si manifesta solo nelle memorie antiche, nella diversa storia dei luoghi, ma nell\u2019animo di ogni individuo, nell\u2019avventura della sua vita particolare. Nei volti delle persone che vivono a Roma e le cui famiglie sono qui giunte da ogni contrada d\u2019Italia e, ultimamente, da ogni paese del mondo, si pu\u00f2 leggere una Roma contadina, umile come \u201chumus\u201d, umile di radici terrestri. \u00c8 la Roma delle donne e degli uomini che dal 1870 vengono ad abitare in questo crogiuolo di fusione tra gente di varie regioni del paese. In questo senso Roma non \u00e8 mai stata n\u00e9 tutta piemontese, n\u00e9 tutta meridionale, ma aperta ad influssi diversi. Nulla di questa singolare correlazione tra nucleo originario e apporti migratori, che connota gi\u00e0 dall\u2019inizio la Capitale, \u00e8 rintracciabile in altra parte o citt\u00e0 d\u2019Italia.<br \/>\nNel 1970 Franco Ferrarotti pubblica un libro ritenuto dissacrante fin nel titolo: \u201cRoma da capitale a periferia\u201d. Nel momento in cui si celebrava il centenario della \u201cBreccia di Porta Pia\u201d e la proclamazione della Capitale del nuovo Regno, il libro documentava il deperimento dell\u2019idea e della realt\u00e0 della Capitale, l\u2019involuzione e lo scivolamento verso una posizione periferica, economicamente emarginata e politicamente, dal punto di vista europeo, insignificante. Non era una dissacrazione. Era un giudizio di fatto, legato ad una stagione cupa, quella di una falsa modernizzazione, di una modernizzazione tradita. Un caso di processo intenso di urbanizzazione senza industrializzazione e di una terziarizzazione spuria di tipo clientelare, usata dai partiti per garantirsi il consenso. Un caso di crescita demografica fortemente alimentata dall\u2019immigrazione del resto del paese, sia come apporto diretto, sia come apporto indiretto dovuto ai figli degli immigrati. Al 1980 la popolazione residente nata fuori di Roma era 1 milione e 350 mila persone, mentre quella romana per nascita era di 1 milione e 600 mila e tra questa la maggioranza era data da figli di immigrati pi\u00f9 o meno recenti. Un disagio enorme si accumula nel periodo del boom economico per l\u2019arrivo impetuoso di immigrati senza che la citt\u00e0 abbia la possibilit\u00e0 di offrire un lavoro a tutti. Di qui la contraddittoriet\u00e0 e il dinamismo che incominciano a legare, in quegli anni cruciali, i quartieri alti di Roma ai ghetti di miseria: tanti ragazzotti che servono nei bar del centro, tanti \u201ccascherini\u201d delle botteghe, tante donne che fanno la pulizia di notte negli uffici vengono dalle baraccopoli. Anche la burocrazia romana si diversifica: una parte rimane legalista e garantista, tendenzialmente conservatrice; l\u2019altra \u00e8 dinamica e funzionale, autentico braccio esecutivo dei grandi interessi economici dominanti. Ci sono immigrati che erano contadini scappati dalle campagne ammodernate della riforma agraria e, dunque, non pi\u00f9 in grado di dare lavoro a tante braccia. E ci sono immigrati di lusso, collegati con la terziarizzazione della citt\u00e0. Le classi differenziali nelle scuole confermano duramente e sistematicamente le divisioni classiste, nonostante il carattere di massa assunto dalla scolarizzazione. La miseria e la degradazione urbana crescono con il crescere a dismisura della citt\u00e0. C\u2019\u00e8 una funzionalit\u00e0 nel meccanismo di crescita che in quegli anni sfata il mito di una urbanizzazione di per s\u00e9 buona e armonica. \u00c8 solo la paradossale coesistenza tra sottosviluppo cronico e iper-sviluppo consumistico. All\u2019origine delle baraccopoli romane vi \u00e8 dunque uno scarto oggettivo fra le esigenze del flusso di immigrati e la capacit\u00e0 della struttura economico- produttiva di farvi fronte. Uno scarto aggravato tragicamente dalla politica dei gruppi economici e politici dominanti che si \u00e8 risolta in una resa incondizionata allo sviluppo spontaneo della situazione di fatto in base alle convenienze predatorie degli interessi prevalenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>N\u00e9 citt\u00e0 n\u00e9 campagna<\/strong><br \/>\nOggi la situazione non \u00e8 pi\u00f9 questa. La \u201ccintura rossa\u201d, a suo tempo costituita da circa 70 mila operai dell\u2019edilizia, non esiste pi\u00f9. \u00c8 stata distrutta dalla nuova immigrazione extra-comunitaria e dalle innovazioni tecnologiche e produttive delle grandi imprese edili, che hanno soppiantato e spinto fuori mercato i \u201cpalazzinari\u201d, grandi e piccoli, con la divisione del lavoro, la specializzazione delle mansioni produttive, i nuovi materiali e le nuove tecniche del processo produttivo. Il ghetto edile non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. Non ci sono pi\u00f9 le baracche dove si dovrebbero trovare gli attrezzi agricoli elementari: oggi vi dormono , un tanto a letto, gli extra-comunitari. Nei quartieri periferici c\u2019\u00e8 una riduzione significativa di quella che resta la caratteristica fondamentale di tutte le periferie, cio\u00e8 l\u2019esclusione sociale e la discriminazione classista. Centro e periferie non sono pi\u00f9 realt\u00e0 insanabilmente divise, estranee l\u2019una all\u2019altra, come citt\u00e0 e anticitt\u00e0.<br \/>\nOgni discorso sulla periferia del futuro non pu\u00f2 pi\u00f9 partire da un\u2019idea generica di periferia che si contrappone al centro. Questa realt\u00e0 a Roma non esiste pi\u00f9. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 campagna e non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 citt\u00e0 ma un continuum urbano-rurale. Quarant\u2019anni fa, con una popolazione complessiva di circa tre milioni di abitanti, si ipotizzava, per il 2003, una popolazione complessiva di circa tre milioni di abitanti. Roma ha registrato invece una diminuzione della popolazione residente e conta circa due milioni ottocentomila abitanti. Si \u00e8 verificato un controesodo dal centro verso l\u2019esterno, dentro e fuori il grande raccordo anulare. C\u2019\u00e8 stato un afflusso di fasce consistenti di ceto medio con redditi medio-alti che ha provocato un abusivismo di lusso e che pu\u00f2 vivere e svilupparsi a porta a porta con l\u2019abusivismo dei disperati. Nello stesso tempo, l\u2019intera area metropolitana \u00e8 diventata meta di un\u2019ulteriore ondata di immigrazione dalle zone pi\u00f9 periferiche del paese, nonch\u00e9 dal Sud del mondo, dedita in primo luogo ai lavori nocivi per la salute, scarsamente remunerati e di poco prestigio, rifiutati dai lavoratori indigeni. I nuovi arrivati dalle aree rurali pi\u00f9 interne, insieme agli immigrati di altri Paesi, sono andati ad abitare in quelle estese porzioni di territorio in cui \u2013 gi\u00e0 dagli anni \u201970 \u2212 convivono permanentemente sia i caratteri tipici dell\u2019urbanit\u00e0, come la prevalenza dell\u2019edificato sull\u2019open space, che i caratteri tipici delle aree rurali, come la presenza di attivit\u00e0 non solo agricole che si collegano al patrimonio culturale e paesaggistico dei luoghi di riferimento. In questi territori si sono addensate negli ultimi quarant\u2019anni non solo le \u201cvillettopoli\u201d di famiglie benestanti, ma anche le abitazioni di persone che rifuggivano l\u2019impazzimento delle citt\u00e0 e hanno ricercato in nuove attivit\u00e0 agricole e rurali una chance per dare un senso alla propria esistenza. A cui si sono aggiunte recentemente le abitazioni a basso costo dei nuovi arrivati dalle zone pi\u00f9 interne e dei nuovi poveri. Questi sono attualmente i ceti sociali coinvolti in quel fenomeno descritto per la prima volta nel 1976 da Gerard Bauer e Jean-Michel Roux con un neologismo non troppo elegante ma perspicuo: \u201crurbanizzazione\u201d, vale a dire la congiunzione di rus, campagna, e urbs, citt\u00e0. Ci\u00f2 significa che la periferia non \u00e8 pi\u00f9 periferica e che il centro non ha da decentrarsi, pena il soffocamento, il declino e la morte. Bisognerebbe riscoprire lo stile del costruire, tipicamente mediterraneo, fondato su un concetto di natura non nemica, bens\u00ec collaboratrice. Scrive Carlo Cattaneo: \u201cLa lingua tedesca chiama con una medesima voce l\u2019arte di edificare e l\u2019arte di coltivare; il nome dell\u2019agricoltura (Ackerbau) non suona coltivazione, ma costruzione; il colono \u00e8 un edificatore (Bauer). Quando le ignare trib\u00f9 germaniche videro all\u2019ombra dell\u2019aquile romane edificarsi i ponti, le vie, le mura, e con poco dissimile fatica tramutarsi in vigneti le vergini riviere del Reno e della Mosella, esse abbracciarono tutte quelle opere con un solo nome. S\u00ec, un popolo deve edificare i suoi campi, come le sue citt\u00e0\u201d. Roma dovrebbe essere ripensata concependo i territori urbani come ecosistemi e come comunit\u00e0 epistemiche che elaborano concezioni condivise dell\u2019alimentazione, della salute, della cultura, della sicurezza, del rapporto da intrattenere con il verde, e \u201ccostruiscono-coltivano\u201d filiere produttive, modalit\u00e0 di abitare e forme di mobilit\u00e0 sostenibili. E questo pu\u00f2 avvenire perch\u00e9 non \u00e8 pi\u00f9 la capitale che rischia di andare a tramutarsi in periferia. \u00c8 una periferia che faticosamente, ma caparbiamente, cerca di farsi capitale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019immigrazione extra-comunitaria<\/strong><br \/>\nLa prima ondata delle immigrazioni extra-comunitarie, quella degli immigrati che dall\u2019Africa e dal Medio Oriente, dalle Filippine e dallo Sri-Lanka, da soli e con evidente spirito d\u2019avventura e di sacrificio, hanno sfidato le incertezze di paesi stranieri e di nuove, sconosciute culture, si \u00e8 esaurita da un pezzo. \u00c8 iniziata da tempo la seconda ondata. Ai pionieri si sono unite le famiglie. Le mogli e i figli richiedono misure pi\u00f9 complesse del mero lavoro: non solo l\u2019abitazione, ma la scuola, le cure mediche, e quindi l\u2019ospedale, i luoghi non solo di riunione ma anche di culto.<br \/>\nLa prima generazione punta sui mezzi elementari di sopravvivenza, va al sodo, cerca di adattarsi, di dimenticare le radici \u2013 ci\u00f2 che \u00e8 peraltro impossibile \u2013 di cambiare addirittura il nome, come atto di suprema gratitudine al Paese ospitante, anche se poi sovente accade che l\u2019immigrato, rinunciando alla propria cultura, non venga accettato dalla cultura del Paese ospitante, e si trovi cos\u00ec nel limbo di un deserto privo di valori certi, a mezza parete, sospeso fra una cultura e l\u2019altra. I figli, per\u00f2 non tardano a vedere negli atteggiamenti del padre una sorta di tradimento della cultura d\u2019origine, tornano spasmodicamente a ricercare e a rivalutare le proprie radici, scorgono nell\u2019atteggiamento del padre solo un ricatto da parte del paese ricco, un ricatto da lavarsi col sangue e col fuoco.<br \/>\nLa seconda e la terza generazione vedono i padri ricattati per fame dal paese ospitante, lamentano la loro cultura originaria nei corsi scolastici, si sentono discriminati nell\u2019abitazione, nel lavoro. Non basta un passaporto o qualsiasi altro documento giuridico a fare un cittadino in senso pieno. Riscoprono le loro antiche radici, la loro lingua, la cultura tradita dai padri. E questo atteggiamento fa emergere i limiti del concetto di integrazione, inteso come assimilazione e omologazione, e porta ad un ampliamento della nozione originaria di multiculturalismo e ad una rielaborazione dei diritti culturali.<br \/>\nUn diritto culturale \u00e8 per esempio una norma che consente ai negozianti di religione musulmana di svolgere la loro attivit\u00e0 commerciale in accordo con le loro pratiche religiose. Un altro diritto culturale \u00e8 la facolt\u00e0 concessa ai gruppi che aderiscono a determinate credenze religiose o filosofiche di adottare il metodo dell\u2019agricoltura biodinamica nell\u2019ambito di specifiche regole che, comunque, devono tutelare i diritti dei consumatori. Si tratta di soluzioni di prudenza poich\u00e9, se il diritto individuale \u00e8 fondamentale, e deve restarlo, gli accomodamenti avvengono su questioni che non sono essenziali per lo stato di diritto.<br \/>\n\u00c8 possibile avere un\u2019ampia politica di diritti culturali, ma la decisione sulla sua ampiezza dovrebbe essere presa dalle istituzioni, non dal gruppo culturale che la sostiene, tenendo ferma la difesa dei diritti individuali, i quali non sono sempre in armonia con le difesa del gruppo che rivendica politiche culturali rispettose della propria identit\u00e0.<br \/>\nMentre i diritti civili non sono negoziabili, le politiche culturali lo sono, e per questo possono sempre essere revocate. Il multiculturalismo deve favorire il rispetto del pluralismo ma non deve portare mai all\u2019affossamento dello stato di diritto e al ripristino dello stato corporativo. Sarebbe un pericolo per la democrazia se gruppi etnici o portatori di particolari sensibilit\u00e0 culturali rivendicassero una propria specificit\u00e0 contro la generalit\u00e0 dei cittadini e contro altri gruppi, chiedendo che la politica segua l\u2019identit\u00e0 e che la legge si modelli sull\u2019identit\u00e0 pi\u00f9 rappresentativa o maggioritaria su di un territorio. Tale pericolo emerge quando i gruppi si auto-rappresentano non tanto o non solo come diversi, ma come meritevoli di un potere o di una considerazione superiori a quelli di altri gruppi.<br \/>\nLe istituzioni pubbliche sono di tutti e, quindi, non devono assolutamente far proprie convinzioni etiche e religiose o che attengano a specifiche visioni culturali, modelli produttivi e di consumo che sono di qualcuno e che divergono con quelle di qualcun altro. Se ne deve tener conto in via prudenziale, ma salvaguardando sempre i diritti individuali di coloro che non aderiscono a quelle credenze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Una nuova laicit\u00e0<\/strong><br \/>\n\u00c8 questa la laicit\u00e0 pubblica del XXI secolo da realizzare con istituzioni pubbliche che devono rimanere neutrali per non degenerare in istituzioni non democratiche. Dovrebbe essere preoccupazione di tutti coloro a cui sta a cuore l\u2019eguale libert\u00e0 democratica di cittadinanza difendere le istituzioni dal morbo che conduce alla perdita della laicit\u00e0, imparzialit\u00e0, neutralit\u00e0 pubblica. Democrazia e laicit\u00e0, simul stabunt, simul cadent. Non bisogna avere remore nel criticare deliberazioni e scelte istituzionali che, riflettendo gli interessi di gruppi politici che mirano a soddisfare domande di eticit\u00e0 di frazioni di popolazione, ledono l\u2019eguale rispetto dovuto a chiunque, in quanto cittadino o cittadina di pari dignit\u00e0 nella polis.<br \/>\n\u00c8 inevitabile che la globalizzazione renda pi\u00f9 intense le domande sociali di identit\u00e0 rivolte al sistema politico democratico e incentivi la presentazione conflittuale, nell\u2019arena istituzionale, di domande di eticit\u00e0. E che un\u2019autorit\u00e0 politica che perde colpi rispetto a poteri sociali come la finanza, l\u2019economia e la comunicazione, si rivalga soddisfacendo la domanda di eticit\u00e0.<br \/>\nD\u2019altra parte, anche il persistere della crisi economica e sociale crea un nesso molto forte tra questioni di identit\u00e0 e questioni di giustizia distributiva o di equit\u00e0 sociale. Ma queste ultime non sono separabili dalle altre, in quanto nascono intimamente unite alle prime. E tuttavia, n\u00e9 la globalizzazione n\u00e9 la crisi economica n\u00e9 il malessere sociale che ne consegue possono farci smarrire che la democrazia sia un valore irrinunciabile che non pu\u00f2 essere mediato con altri.<br \/>\nSappiamo che non c\u2019\u00e8 valore che non sia esposto al rischio della sua perdita e dissipazione. E oggi le derive populistiche, gerarchiche e plebiscitarie dei regimi democratici sono alimentate anche dalle continue risposte che le autorit\u00e0 pubbliche danno alle domande di eticit\u00e0. Va tutelato il diritto di assicurare ai gruppi specifici di esprimere i propri punti di vista sulle politiche pubbliche. Perch\u00e9 solo l\u2019esercizio di questo diritto permette il dibattito pubblico, non istituzionale, delle diverse opzioni ai fini della condivisione e contaminazione e, dunque, dell\u2019interculturalit\u00e0. Ma questo diritto va sempre accompagnato dall\u2019eguale rispetto dovuto a chiunque non malgrado, bens\u00ec in virt\u00f9 delle differenze e delle distinte concezioni di valore, etico, religioso e culturale.<br \/>\nIn una societ\u00e0 che fa perno sulla Costituzione e sugli eguali diritti, nessuna identit\u00e0 \u00e8 di per s\u00e9 pi\u00f9 potente di un\u2019altra. D\u2019altra parte i totalitarismi sono identitari perch\u00e9 mirano a creare societ\u00e0 non di diritto ma di sostanziale identit\u00e0. C\u2019\u00e8 un nesso molto stretto tra democrazie identitarie e degenerazioni xenofobe e razziste. \u00c8 quello che, purtroppo, avviene nelle periferie romane, dove si formano spontaneamente quartieri multietnici. Le due cose non sono necessariamente concatenate come causa ed effetto. Ma i rischi sono altissimi perch\u00e9 nella cultura europea c\u2019\u00e8 una resistenza molto forte al pluralismo e un\u2019acquiescenza molto estesa al centralismo e all\u2019omologazione. In alcuni quartieri di Roma, come Torpignattara e Pigneto, stanno proliferando nuove forme di mafia per iniziativa di organizzazioni criminali, dedite al traffico di droga e al riciclaggio di denaro sporco, che strumentalizzano l\u2019identit\u00e0 e il disagio sociale indotto dalla difficolt\u00e0 di interazione tra le diverse etnie che convivono senza efficaci politiche di integrazione. Per affrontare questa nuova situazione \u00e8 necessario affermare una cultura della legalit\u00e0 e fare in modo che le culture identitarie dialoghino, interagiscano senza mai proporsi al di sopra della cultura dell\u2019eguaglianza e della dignit\u00e0 della persona. Non ci pu\u00f2 essere un\u2019eguaglianza all\u2019interno di un gruppo diversa dall\u2019eguaglianza praticata in un altro gruppo perch\u00e9 una simile concezione comporta negare l\u2019eguaglianza come principio di relazione tra diversi. E queste considerazioni valgono per tutti i gruppi, sia quelli autoctoni che per quelli di immigrati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Identit\u00e0 e universalit\u00e0 dei diritti per un nuovo comunitarismo<\/strong><br \/>\nI contesti e i gruppi specifici costituiscono un\u2019opportunit\u00e0 per rivitalizzare e arricchire nuove forme di societ\u00e0 civile che correggano l\u2019individualismo. E tuttavia bisogna tendere a costruire legami sociali che promuovano comunit\u00e0-territorio aperte a tutti e che decidano con la regola di una testa un voto. \u00c8 in tal modo che si pu\u00f2 andare oltre la solidariet\u00e0 e si pu\u00f2 affermare la fraternit\u00e0 civile. Le comunit\u00e0-territorio contemporanee devono saper cogliere le opportunit\u00e0 della globalizzazione e non chiudersi in s\u00e9 stesse. Bisognerebbe accompagnarle ad acquisire la capacit\u00e0 di auto-rappresentarsi e di costruire la propria immagine. Ma tale capacit\u00e0 presuppone una chiara percezione di s\u00e9, per fare in modo che gli scambi culturali ed economici con altre comunit\u00e0-territorio del mondo globale siano reciprocamente arricchenti e improntati ad una relazionalit\u00e0 collaborativa.<br \/>\nDi qui l\u2019importanza di studiare e conoscere scientificamente i contesti in cui fioriscono le vite delle persone e dei gruppi mediante approcci interdisciplinari e un\u2019attivit\u00e0 permanente di ricerca-azione finalizzata a promuovere percorsi partecipativi progettuali per lo sviluppo locale. Le storie di vita, le memorie delle persone e dei beni strumentali, architettonici, archeologici e paesaggistico-ambientali sono elementi indispensabili per fare in modo che gli individui e i gruppi si approprino delle loro radici e di un\u2019identit\u00e0 consapevole e capace di aprirsi ad altre identit\u00e0.<br \/>\nI contesti vanno vissuti da persone che comprendano i processi e i meccanismi con cui questi si producono. Le comunit\u00e0-territorio contemporanee devono servire prioritariamente a siffatto scopo. Solo con un forte senso di s\u00e9 e stabilendo regole democratiche condivise per il proprio funzionamento nei percorsi partecipativi dal basso, le comunit\u00e0-territorio possono svolgere una funzione propulsiva, alimentando valori da immettere nelle istituzioni e nel mercato. Per farlo devono essere comunit\u00e0 che non pongono in alternativa l\u2019appartenenza identitaria e l\u2019universalismo dei diritti. L\u2019individualismo si corregge con un nuovo comunitarismo che non mette in discussione i diritti individuali. Altrimenti, coniugandosi in modo distorto con le culture identitarie, l\u2019individualismo porta inevitabilmente alla violenza e alla sopraffazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Le nuove povert\u00e0<\/strong><br \/>\nLe periferie di Roma sono anche scenari di nuove forme di povert\u00e0. Fino a poco tempo fa, essere povero voleva dire essere disoccupato. Oggi la condizione di povert\u00e0 coincide con la mancanza di prospettive per superare la povert\u00e0 stessa, con orizzonti che progressivamente si chiudono sempre di pi\u00f9. Fino a poco tempo fa, la povert\u00e0 era sentita come un onere collettivo, come un fronte su cui convergeva l\u2019impegno civile e politico. Oggi \u00e8 sempre pi\u00f9 facile che la reazione comune sia invece quella di lasciare solo l\u2019insegnante o l\u2019artigiano che si \u00e8 impoverito, la madre con un figlio minore dopo la separazione da un coniuge violento, il cinquantenne che ha perso il lavoro e che non \u00e8 riuscito a integrarsi, l\u2019ex detenuto che non trova un\u2019occupazione perch\u00e9 nessuno lo vuole, l\u2019anziano che non ha la possibilit\u00e0 di mantenere un badante, l\u2019immigrato irregolare. Oggi la reazione prevalente \u00e8 quella di adottare comportamenti e politiche tesi a difendere i privilegi di chi \u00e8 integrato nel sistema e ne accetta le regole. In termini di scelte concrete, questo ha comportato la opzione di far arretrare la linea di protezione del welfare, accentuando la solitudine e la marginalizzazione di chi si trova a vivere fuori dagli schemi, sempre pi\u00f9 \u201csenza rete\u201d.<br \/>\nSe si vanno a scorrere alcune storie di vita raccolte negli ultimi anni sui marciapiedi di Roma, raramente le nuove povert\u00e0 sono determinate da un evento traumatico che altera all\u2019improvviso un equilibrio. Spesso si tratta dell\u2019aggravamento complessivo di una condizione individuale o familiare dovuta a fallimenti nelle strategie esistenziali che si cumulano nel tempo. C\u2019\u00e8 un confine che delimita lo stato di povert\u00e0 con quello di indigenza e viene definito \u201clinea della povert\u00e0\u201d. Chi sta al di sopra ha mezzi sufficienti per vivere degnamente; ma solo in via eccezionale pu\u00f2 soddisfare spese straordinarie o consumi non strettamente necessari al sostentamento. Il nuovo povero \u00e8 colui che vive costantemente con la paura di non farcela e di scendere al di sotto della linea della povert\u00e0. L\u2019indigente \u00e8, invece, colui che vive in una condizione di bisogno non occasionale, ma continuativo nel tempo. Egli e la sua famiglia devono operare continue transazioni fra beni, pur necessari, ma che non possono essere acquisiti tutti insieme. Al di sotto dell\u2019indigenza, troviamo la miseria. In questo caso, l\u2019espediente diviene il mezzo quotidiano di sussistenza. Le prospettive di vita si restringono drammaticamente. Se ancora c\u2019\u00e8, il nucleo familiare va rapidamente verso la disgregazione. La miseria si autoriproduce e diviene una condizione o stile di vita. Ci sono poveri cui non importa di essere poveri. Accettano la povert\u00e0. La scelgono come modo di vita. Rinunciano all\u2019Iva e al codice fiscale. Non ricevono bollette n\u00e9 per la luce n\u00e9 per il gas, permesso di circolazione, tanto meno per radio e TV. E da vittime, le persone che versano in una condizione di miseria vengono fatte passare per responsabili. La loro \u00e8 una condizione \u201csenza rete\u201d, di privazione e di emarginazione, che tanto pi\u00f9 colpisce quanto pi\u00f9 coincide con la vita per strada, un luogo che invece tutti frequentiamo ogni giorno, pieno di vita, di rumore, di luci, di consumi, di socialit\u00e0.<br \/>\nLa vita per strada \u00e8 una vita che si svolge al di fuori del sistema e non riesce a comunicare con le reti dei servizi sociali locali. In Italia, per avere assistenza, bisogna richiederla. L\u2019utente potenziale del servizio sociale \u00e8 considerato un individuo razionale, volterriano, e non un individuo che ha un profondo senso di s\u00e9 e nasconde la propria condizione perch\u00e9 ne prova vergogna e cos\u00ec non intende avvalersi di un proprio diritto. Quando si oltrepassa la soglia dell\u2019incapacit\u00e0-riluttanza a provvedere a se stessi si attenta direttamente alla propria vita. Ma non per questo, quell\u2019individuo non ha diritto di essere aiutato. Se \u00e8 cos\u00ec, allora non si pu\u00f2 mettere sullo stesso piano un cittadino che richiede l\u2019allaccio di un\u2019utenza qualsiasi (acqua, elettricit\u00e0, gas, telefono, ecc.) con un cittadino che invece richiede, quando \u00e8 in grado di farlo, una prestazione di tipo socio-assistenziale, come se le due tipologie di servizio fossero immediatamente equiparabili. Non si comprende che non esiste pi\u00f9 una modalit\u00e0 univoca per definire povert\u00e0 e bisogno. Riemerge, invece, nella contemporaneit\u00e0, una categoria propria del mondo rurale che Ernesto De Martino definiva \u201ccrisi della presenza\u201d. Essa veniva reintegrata ritualmente attraverso pratiche collettive che ponevano il soggetto al centro di un ambito relazionale concluso e culturalmente condiviso. L\u2019individuo era parte di un tutto. Oggi, a una progressiva individualizzazione, corrisponde un processo di desocializzazione. Solo le pratiche comunitarie sono in grado di offrire alle povert\u00e0 estreme una gestione collettiva della crisi della presenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il codice sorgente dell\u2019italicit\u00e0<\/strong><br \/>\nScrive Renzo Piano: \u201cbisogna che le periferie diventino citt\u00e0, ma senza ampliarsi a macchia d\u2019olio, bisogna cucirle e fertilizzarle con delle strutture pubbliche. Si deve mettere un limite alla crescita, anche perch\u00e9 diventa economicamente insostenibile portare i trasporti pubblici e raccogliere la spazzatura sempre pi\u00f9 lontano\u201d. Mi sembra una ricetta ancora insufficiente e ancorata all\u2019ambito dell\u2019architettura priva di una visione olistica. Roma dovrebbe finalmente fare i conti coi temi dello sviluppo economico. Essa ha conosciuto essenzialmente l\u2019industria edile e poi la superfetazione delle burocrazie statali e regionali. Non ha mai conosciuto un vero e proprio sviluppo industriale.<br \/>\nGli altri paesi avanzati, a partire dagli Stati Uniti, cercano di uscire lentamente dalla crisi economica innescando una nuova fase dello sviluppo industriale fondato su internet e sulla robotica e, naturalmente, su una trasformazione totale del lavoro sia dipendente che imprenditoriale e su forme totalmente nuove dell\u2019abitare. In Italia, invece, non parliamo pi\u00f9 di sviluppo industriale come se la fine del fordismo abbia significato la fine dell\u2019industria e non parliamo pi\u00f9 dell\u2019abitare come se l\u2019unica possibilit\u00e0 che abbiamo dopo la cementificazione selvaggia delle aree agricole sia solo quella di adattarci a vivere nel \u201cgi\u00e0 costruito\u201d. La rivoluzione tecnologica in atto pu\u00f2 aprire una nuova prospettiva allo sviluppo dei territori e dei mercati internazionali in cui l\u2019agricoltura e l\u2019agroalimentare, i beni culturali e paesaggistici, l\u2019artigianato artistico e le attivit\u00e0 turistiche possono diventare elementi qualificanti e partecipare attivamente con l\u2019insieme dell\u2019economia al salto tecnologico che si sta realizzando. Ma si tratta di innescare uno sviluppo industriale di tipo nuovo, legato alle risorse locali e all\u2019ingegno umano, alle comunit\u00e0-territorio e all\u2019internazionalizzazione. Uno sviluppo industriale fondato su una rivoluzione tecnologica che si accompagna ad una nuova visione dell\u2019abitare. Non \u00e8 pi\u00f9 dinanzi a noi la metropoli fordista. Ma qualcosa che \u00e8 impossibile programmare, pianificare e gestire con gli strumenti amministrativi utilizzati finora. Occorrerebbero percorsi di progettazione ad alta risoluzione capaci di mobilitare le comunit\u00e0 locali, cio\u00e8 i soggetti e i gruppi che le compongono, senza pi\u00f9 separarli per categorie. Anche i luoghi dell\u2019abitare non sono pi\u00f9 spazi chiusi, ma ogni edificio o spazio tende a trasformarsi in luogo polivalente, inglobando diverse funzioni nel legarsi ad altri edifici e ad altri spazi.<br \/>\nPer ricostituire le comunit\u00e0-territorio e per fare in modo che queste possano meglio cogliere le opportunit\u00e0 della globalizzazione, bisognerebbe accompagnarle nell\u2019acquisire una chiara percezione di s\u00e9, per fare in modo che gli scambi culturali ed economici con altre comunit\u00e0-territorio del mondo globale siano reciprocamente arricchenti e improntati ad una relazionalit\u00e0 collaborativa. Le arti e le tecnologie dell\u2019informazione e della comunicazione possono alimentare la capacit\u00e0 delle reti locali di costruire in modo creativo la propria immagine e di riscoprire il Genius loci come processo culturale di autocoscienza e di apertura agli altri.<br \/>\nL\u2019identit\u00e0 di una nazione \u00e8 caratterizzata da due importanti aspetti che i nazionalismi, vecchi e nuovi, tendono a oscurare. Il primo \u00e8 che oggi l\u2019identit\u00e0 nazionale \u00e8 sempre pi\u00f9 frutto di una scelta volontaria di persone e imprese che aderiscono a valori, stili di vita, modelli di business che contribuiscono a costruire un futuro possibile, non solo ereditare una storia passata. Il secondo \u00e8 che le identit\u00e0 nazionali hanno sempre pi\u00f9 natura plurale, nel senso che le appartenenze non si escludono in base al territorio in cui si risiede, ma si possono combinare in rapporto a volont\u00e0 e capacit\u00e0 di far convivere pi\u00f9 dimensioni dell\u2019esistenza. Ad esempio, possiamo sentirci orgogliosi delle nostre tradizioni romane, senza che questo escluda di riconoscerci come italiani ed europei. Ma ci\u00f2 vale anche per un oriundo argentino, per un newyorchese discendente di migranti italiani o per chi vive nel Canton Ticino. Lo stesso per chi essendo nato in qualsiasi altra parte al mondo ha poi deciso di vivere in Italia o \u00e8 stato attratto dalla cultura, dalla storia, dal paesaggio o dalla lingua del nostro Paese. Questo modo di guardare all\u2019identit\u00e0 nazionale pu\u00f2 avere per l\u2019Italia conseguenze politiche ed economiche rilevanti. Infatti, se ai 60 milioni di italiani aggiungiamo gli emigrati italiani e i loro discendenti, e poi chi ha scelto l\u2019Italia come patria o l\u2019italiano come lingua, si superano i 250 milioni di persone. Pochi altri Paesi al mondo possono vantare un rapporto cos\u00ec elevato fra diaspora (gli italici nel mondo) e cittadini residenti (gli italiani in patria).<br \/>\nHa senso, dunque, fare una guerra commerciale all\u2019italian sounding, cio\u00e8 all\u2019impiego di nomi su prodotti che richiamano il made in Italy senza esserlo, come il Parmesan? Una guerra commerciale destinata ad essere persa perch\u00e9 non ci sar\u00e0 nessun tribunale internazionale disposto a sostenere le nostre ragioni. Non ci converrebbe, invece, sfruttare in positivo la notoriet\u00e0 mondiale che l\u2019originale pu\u00f2 ricevere dai tentativi di imitazione? \u00c8 davvero utile e producente ostacolare la \u201cfuga dei cervelli\u201d? Non ci sar\u00e0 nessun decreto che potr\u00e0 proibire ad un giovane di andare a lavorare dove meglio lo aggrada. Non ci converrebbe, invece, sostenere la circolazione internazionale dei nostri giovani talenti per favorire l\u2019estensione della cultura e dell\u2019economia italiana nel mondo?<br \/>\nAffinch\u00e9 ci\u00f2 possa avere successo \u00e8, tuttavia, necessario sviluppare il \u201ccodice sorgente\u201d dell\u2019italicit\u00e0, costituito da quell\u2019universalit\u00e0 culturale che, grazie alla ricca variet\u00e0 di ambienti e citt\u00e0 della penisola, a partire dalla Capitale, nonch\u00e9 alle contaminazioni che hanno segnato la nostra storia, ha reso possibile accumulare uno straordinario patrimonio di arte, cultura materiale, capacit\u00e0 manifatturiere che il mondo ci invidia. Si tratta di ridisegnare completamente il rapporto tra territori e mercati internazionali mediante politiche industriali per l\u2019internazionalizzazione fondate sul \u201cfare squadra\u201d in Italia e all\u2019estero, sulla nostra capacit\u00e0 \u2013 da sempre dimostrata nella nostra storia \u2013 di favorire processi di interscambio culturale prima ancora che commerciale, sulla costruzione di reti diffuse e collaborative tra pubblico e privato (a partire dai territori con pi\u00f9 antiche tradizioni di sviluppo locale) e sul rendiconto alle comunit\u00e0 territoriali dei risultati conseguiti. Roma Capitale potr\u00e0 scommettere sul suo futuro se far\u00e0 scelte coraggiose d\u2019investimento nel nuovo scenario che la globalizzazione apre dinanzi a noi.<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>N\u00e9 citt\u00e0 n\u00e9 campagna L\u2019immigrazione extra-comunitaria Una nuova laicit\u00e0 Identit\u00e0 e universalit\u00e0 dei diritti per un nuovo comunitarismo Le nuove povert\u00e0 Il codice sorgente dell\u2019italicit\u00e0<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":3653,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-3651","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-primo-piano"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3651","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3651"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3651\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3654,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3651\/revisions\/3654"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3653"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3651"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3651"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3651"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}