{"id":42559,"date":"2025-06-07T12:51:01","date_gmt":"2025-06-07T10:51:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.valorelavoro.com\/?p=42559"},"modified":"2025-06-07T12:51:52","modified_gmt":"2025-06-07T10:51:52","slug":"ignazio-de-francesco-pensare-e-raccontare-la-storia-palestinese-dallinterno-il-caso-di-maher-sharif","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/2025\/06\/ignazio-de-francesco-pensare-e-raccontare-la-storia-palestinese-dallinterno-il-caso-di-maher-sharif\/","title":{"rendered":"Ignazio De Francesco: Pensare (e raccontare) la storia palestinese dall&#8217;interno. Il caso di Maher Sharif"},"content":{"rendered":"<p>(in collaborazione con www.inchiestaonline.it )<\/p>\n<p id=\"breadcrumbs\">You are here: <a href=\"https:\/\/www.inchiestaonline.it\">Home<\/a> \u00bb <a href=\"https:\/\/www.inchiestaonline.it\/category\/osservatorio-palestina\/\">Osservatorio Palestina<\/a> \u00bb <strong>Ignazio De Francesco: Pensare (e raccontare) la storia palestinese dall\u2019interno. Il caso di Maher Charif<\/strong><\/p>\n<div class=\"singlepost\">\n<div id=\"post-main-64924\" class=\"post clearfix\">\n<div class=\"entry\">\n<h1 class=\"post-title\"><a title=\"Permanent Link to Ignazio De Francesco: Pensare (e raccontare) la storia palestinese dall\u2019interno. Il caso di Maher Charif\" href=\"https:\/\/www.inchiestaonline.it\/osservatorio-palestina\/ignazio-de-francesco-pensare-e-raccontare-la-storia-palestinese-dallinterno-il-caso-di-maher-charif\/\" rel=\"bookmark\">Ignazio De Francesco: Pensare (e raccontare) la storia palestinese dall\u2019interno. Il caso di Maher Charif<\/a><\/h1>\n<div class=\"meta\"><a title=\"Articoli scritti da Ignazio De Francesco\" href=\"https:\/\/www.inchiestaonline.it\/author\/ignazio-de-francesco\/\" rel=\"author\">Ignazio De Francesco<\/a> | 7 Giugno 2025 | <a title=\"Comments for Ignazio De Francesco: Pensare (e raccontare) la storia palestinese dall\u2019interno. Il caso di Maher Charif\" href=\"https:\/\/www.inchiestaonline.it\/osservatorio-palestina\/ignazio-de-francesco-pensare-e-raccontare-la-storia-palestinese-dallinterno-il-caso-di-maher-charif\/#respond\" rel=\"bookmark\">Comments (0)<\/a><\/div>\n<div id=\"shr_canvas1\" class=\"shareaholic-canvas shareaholic-resolved-canvas shareaholic-ui\" data-app-id=\"11307344\" data-app-id-name=\"post_above_content\" data-app=\"share_buttons\" data-title=\"Ignazio De Francesco: Pensare (e raccontare) la storia palestinese dall\u2019interno. 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Qualche riga sotto, gli specialisti del Ministero dell\u2019Istruzione e del Merito la spiegano nel modo seguente: \u00abLa Storia, come da oltre due millenni l\u2019Occidente l\u2019intende, non consiste nella raccolta dei fatti e nel metterli in ordine cronologico. Non dovrebbe essere necessario ricordarlo: la Storia consiste nel pensare i fatti\u00bb. Se le cose stanno proprio cos\u00ec, mi sembra esattamente quanto Maher Charif fa da oltre quarant\u2019anni. Di questo storico palestinese ho curato l\u2019edizione italiana di tre sue opere, nate in arabo: <em>La storia del pensiero politico palestinese <\/em>(Zikkaron 2018); <em>I nodi irrisolti del pensiero arabo <\/em>(Punto Rosso 2022); <em>Palestinesi, storia di un popolo e dei suoi movimenti nazionali <\/em>(Carocci 2025), quest\u2019ultimo scritto in collaborazione con Issam Nassar.<\/p>\n<p>Nato a Damasco (1950) da famiglia di rifugiati palestinesi della zona di Jaffa, Maher Charif ha conseguito nel 1982 il dottorato in scienze umane all\u2019universit\u00e0 Sorbona di Parigi, con una tesi sulla storia del Partito Comunista Palestinese (PCP). Per rintracciare le origini pi\u00f9 remote di questo partito bisogna risalire al 1922, quando in Palestina nasce un Partito Comunista che segue la fondazione, su iniziativa di immigrati ebrei di fede socialista, del Partito dei lavoratori (1919). Dopo il 1948, gran parte dei comunisti palestinesi confluir\u00e0 nel Partito Comunista Giordano e dar\u00e0 poi vita (1982) al Partito Comunista Palestinese, dal 1990 Partito del Popolo Palestinese. Membro del PCP, Maher Charif ha fatto parte anche del gruppo interno riformatore che ha fondato il PPP. Il suo percorso intellettuale e accademico inizia con l\u2019esperienza di ricercatore presso il Centro ricerche e studi socialisti nel mondo arabo, a Damasco (1983-1989), cui segue la direzione della rivista <em>Sawt al-watan<\/em> (la voce della nazione) a Nicosia, Cipro (1989-1993); la docenza di storia moderna e contemporanea all\u2019Institut fran\u00e7ais du Proche-Orient\u00a0(IFPO) nelle sedi di Damasco e Beirut (1993-2012), dove prosegue contemporaneamente la sua attivit\u00e0 di ricercatore; alcuni incarichi di insegnamento come \u201cvisiting professor\u201d in istituti universitari a Parigi, Beirut e Birzeit (2005-2016). Per quanto riguarda la sua attivit\u00e0 editoriale, a parte gli articoli redatti per numerose riviste scientifiche e la cura di voci enciclopediche, dal 1985 ad oggi ha all\u2019attivo, come autore\/curatore, pi\u00f9 di 25 opere. Tra i riconoscimenti per la sua attivit\u00e0 intellettuale e il suo impegno civile c\u2019\u00e8 il \u201cPremio Mahmoud Darwish per la libert\u00e0 e la creativit\u00e0\u201d, ricevuto nel 2017, nonch\u00e9 il \u201cPremio Stato di Palestina nel campo delle scienze umane e sociali\u201d, conferitogli nel 2020.<\/p>\n<p>Intellettuale laico impegnato sul doppio fronte del riformismo religioso arabo e della questione palestinese, Charif non ha mai temuto i rischi connessi a un approccio strettamente scientifico al minuzioso lavoro di ricostruzione della storia del pensiero politico palestinese, dai suoi primissimi esordi sino a oggi, vale a dire il travaglio di un piccolissimo popolo di origini largamente contadine, sconosciuto al punto che si pot\u00e9 dare persino il tentativo ideologico\/propagandistico di negarne l\u2019 esistenza. Posto di fronte a eventi e potenze che lo hanno costantemente soverchiato, esso ha dovuto forgiarsi quasi <em>ex nihilo <\/em>gli strumenti d\u2019interazione con questa realt\u00e0 eccedente, dando cos\u00ec vita a una vera e propria officina del pensiero arabo. Nel trattare questa materia non ha esitato a gettare luce anche sulle insufficienze, i ritardi, le contraddizioni interne al \u201cpalestinismo\u201d del quale anch\u2019egli \u00e8 figlio, rinunciando alla scorciatoia troppo facile, troppo battuta, di farne ricadere le cause sempre e solo sull\u2019<em>Altro<\/em>.<\/p>\n<p>Storia completa dunque, non per frammenti e non solo degli eventi, ma del pensiero, seguendo passo dopo passo l\u2019evoluzione prodottasi su quattro grandi sfide: appartenenza e distinzione dal mondo arabo circostante; scelta tra <em>contro<\/em> oppure <em>accanto<\/em> agli ebrei; definizione del proprio destino sul pi\u00f9 vasto scacchiere internazionale e in particolare accanto agli altri popoli diseredati; invenzione <em>ex novo<\/em> di una societ\u00e0 attraversata da forti tensioni tra democrazia e autoritarismo, nazionalismo laico e religioso, palestinesi dei Territori, di Israele e della diaspora. Livelli di complessit\u00e0 di un progetto che non \u00e8 nato \u201cfinito\u201d o a quell\u2019alto grado di definizione che caratterizz\u00f2, fin dal tempo di un Moses Hess o di un Theodor Herzl, il progetto sionista, ma che \u00e8 stato segnato, sino ad oggi, da notevole fluidit\u00e0.<\/p>\n<p><em>I primi passi<\/em><\/p>\n<p>Malgrado che nel suo ultimo libro la storia palestinese venga ricostruita a partire dal periodo ottomano, gettando quindi luce su un periodo pressoch\u00e9 sconosciuto ai non addetti ai lavori, Charif non esita a riconoscere che fu il contatto diretto con il colono sionista in Palestina a generare una coscienza palestinese germinale, perfezionatasi e incarnatasi in un movimento nazionale solo all\u2019inizio degli anni \u201920, quando il colonialismo occidentale intraprese l\u2019occupazione del Medio Oriente e del Nord Africa, impedendo la realizzazione dell\u2019aspirazione pan-araba a uno stato arabo unitario. Cos\u00ec come afferma a chiare lettere che, diversamente dai movimenti nazionali circostanti, i quali iniziarono molto precocemente a pensarsi su fette di territorio ritagliate dalla grande torta del Medio Oriente, il nazionalismo palestinese rimase per molti decenni in attesa di un\u2019indipendenza dal colonialismo nel quadro della propria unione con la Siria. Orientamento che indubbiamente indeboliva la coscienza nazionale particolare di questo popolo e che apriva la porta alla tutela spesso paralizzante dei vicini arabi, anche a causa della repulsione provata dai palestinesi di fronte a qualsiasi forma di autogoverno proposta, pur senza troppo entusiasmo, dalla potenza mandataria, la Gran Bretagna. Accettare il principio dell\u2019autogoverno, che fu poi il massimo risultato tangibile strappato oltre mezzo secolo dopo con gli accordi di Oslo, avrebbe infatti significato accogliere l\u2019idea di una coabitazione al potere con quell\u2019<em>Altro<\/em> che il nazionalismo palestinese allora rifiutava recisamente di riconoscere.<\/p>\n<p>I comunisti palestinesi rappresentano, in questo quadro, l\u2019unica eccezione, gli unici che si pronunciarono a favore del progetto di partizione, ritenendo che una piccola terra come la Palestina avrebbe potuto essere patria comune di due piccoli popoli oppressi dai giochi del colonialismo occidentale, il quale in realt\u00e0 non vuole la mutua comprensione tra arabi ma mira a trasformare gli stati arabi e lo stato ebraico in stati polizieschi e militaristi, onde assecondare i propri piani di dominio dell\u2019area. Non a caso, il primo ponte di dialogo tra le due parti fu lanciato proprio dagli attivisti operanti sulle due sponde del marxismo ebraico-palestinese.<\/p>\n<p><em>Dalla catastrofe alla ricaduta<\/em><\/p>\n<p><em>Nakba <\/em>\u00e8 la parola araba usata per definire gli eventi del 1948, la \u00abcatastrofe\u00bb che si produsse con la nascita dello stato di Israele e lo sradicamento di centinaia di migliaia di singoli e famiglie, fuggiti o messi in fuga dalle loro terre e propriet\u00e0. Ad essa corrisponde <em>naksa, <\/em>\u00abricaduta\u00bb, termine che battezz\u00f2 la disfatta subita, poco meno di venti anni dopo, nella guerra dei Sei Giorni. La <em>nakba<\/em> parve sommergere, insieme ai villaggi e ai poderi della Galilea, anche la coscienza politica particolare dei palestinesi, il cui nazionalismo perse di visibilit\u00e0, venendo risucchiato completamente nell\u2019alveo di quello arabo: sarebbe dovuta partire dall\u2019unit\u00e0 araba la riscossa per la liquidazione dell\u2019\u201centit\u00e0 aliena\u201d, al grido <em>\u00abla hudud wa la yahud\u00bb<\/em>, cio\u00e8 nessun confine e nessun ebreo. Ma anni preziosi trascorsero infruttuosamente e furono proprio i tentennamenti e le contese interne a quella dirigenza araba alla quale erano appesi in larga parte i sogni del pan-arabismo, unitamente a eventi galvanizzanti quali il successo tutto autoctono dell\u2019insurrezione algerina, l\u2019elemento stimolante il riemergere del carattere peculiarmente palestinese del destino della riva occidentale del Giordano.<\/p>\n<p>\u00c8 dunque all\u2019interno della dialettica tra tutti questi elementi che va interpretato, secondo Charif, l\u2019evento della nascita di un\u2019organizzazione regionale palestinese di nuovo tipo, Fatah<em>\u00a0 <\/em>(sigla che letta al contrario significa Movimento di Liberazione della Palestina), portatrice del progetto di un\u2019entit\u00e0 rivoluzionaria, non soggetta e non seguace di alcun sistema arabo, la quale avrebbe esercitato la propria sovranit\u00e0 sulla parte araba residua della Palestina, facendone la base di appoggio per proseguire la rivolta armata in direzione della liberazione dell\u2019intero paese. L\u2019evento celava tuttavia due livelli di ambiguit\u00e0: il primo, tutto interno alle premesse ideologiche del movimento fondato da Yasser Arafat, giaceva nell\u2019opposizione nutrita nei confronti della dilatazione pluralista dell\u2019universo politico palestinese. Il discorso fatto era semplice e, a suo modo, logico: i partiti non servono, giacch\u00e9 qui non \u00e8 in questione la liberazione di una classe da un\u2019altra, ma la liberazione della terra e di un intero popolo, senza distinzioni di classe. Il gioco democratico sar\u00e0 pienamente ripristinato una volta raggiunto l\u2019obiettivo, ma ora esso non pu\u00f2 che frammentare e indebolire le forze. Non \u00e8 difficile immaginare come un simile approccio, che chiamava alla militanza in un movimento \u00abal di sopra del partitismo, delle simpatie, delle inclinazioni, al fine di includere tutto il popolo\u00bb, potesse sviluppare anche germi di una concezione autoritaria del potere. Proprio l\u2019esperienza dell\u2019autogoverno avviata dopo gli accordi di Oslo, con il manifestarsi di fenomeni particolarmente preoccupanti di accentramento e occupazione del Palazzo, avrebbe confermato quanto questi timori fossero fondati.<\/p>\n<p>La seconda ambiguit\u00e0, esterna, riguardava invece il rapporto difficile con quella funzione di tutela che le potenze arabe dell\u2019area si sentivano di dover continuare ad esercitare con vigore: se esse dicevano s\u00ec all\u2019emergere di una entit\u00e0 palestinese \u2013 alla fondazione della quale inizi\u00f2 a dedicarsi l\u2019OLP dal 1964 \u2013 continuavano a imporre che non si parlasse di sovranit\u00e0 per questa entit\u00e0, per non provocare incrinature tra pan-arabismo e palestinismo. Meglio non sognare neppure, ammonivano, che siano quelle bande di <em>fedayin <\/em>armati e addestrati sommariamente a promuovere una guerra popolare di logoramento dell\u2019avversario e a mobilitare infine le masse arabe nell\u2019insurrezione che avrebbe portato al collasso della \u201centit\u00e0 sionista\u201d, come Israele veniva definito, e alla fuga precipitosa dei suoi coloni, giacch\u00e9 senza gli eserciti arabi il sogno non potrebbe mai tradursi in realt\u00e0.<\/p>\n<p><em>Mitra e\/o politica?<\/em><\/p>\n<p>La disfatta degli eserciti arabi nella guerra del giugno 1967 e la moltiplicazione per quattro dell\u2019area di territorio controllata da Israele, fu per tutti un brusco risveglio dai sogni. A livello dei rapporti con l\u2019<em>Altro <\/em>ci si dovette rendere conto, una volta per tutte, dell\u2019impossibilit\u00e0 di far evacuare dalla Palestina i coloni ebrei \u201cnon originari\u201d, verit\u00e0 che fece teorizzare, per la prima volta, la disponibilit\u00e0 a convivere con gli ebrei in uno stato democratico palestinese, nel quale tutti i cittadini avrebbero avuto i medesimi diritti e doveri, una volta compiuta la \u201cliberazione\u201d degli ebrei stessi dal sionismo. Questa prima apertura risentiva in realt\u00e0, secondo l\u2019analisi di Maher Charif, di una valutazione delle cose incapace di afferrare la natura del sionismo e di una riflessione semplicistica sul modo di separare questo <em>Altro <\/em>dall\u2019ideologia che gli aveva aperto le porte della Palestina.<\/p>\n<p>A livello delle dinamiche interne, il fallimento della strategia della guerra tradizionale aveva portato i <em>fedayin <\/em>sulla cresta dell\u2019onda: le formazioni della guerriglia arruolavano ora migliaia di effettivi e, cosa ancora pi\u00f9 importante, potevano aspirare a proporsi sulla scena internazionale quali rappresentanti legittimi del popolo palestinese. All\u2019interno di questa dinamica \u00e8 notevole il farsi largo di formazioni come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina del cristiano George Habash, le quali collegavano la questione palestinese ad altre avventure rivoluzionarie del tempo, come la rivolta cubana e l\u2019insurrezione vietnamita, e traevano ispirazione dagli scritti di Mao e del generale Giap per sostenere che il nemico aveva una statura globale \u2013 rappresentata dall\u2019asse imperialista-sionista \u2013 e doveva essere dunque colpito ovunque si trovasse. All\u2019esterno veniva dunque proposta una guerriglia senza confini; all\u2019interno gli orientamenti territorialisti e anticlassisti di Fatah erano bollati come espressione di un\u2019ideologia destrorsa, che cerca di cancellare la teoria di classe per consentire alla borghesia palestinese di infiltrarsi nei centri di comando e far fallire la rivoluzione.<\/p>\n<p>Altri due fattori di instabilit\u00e0 si annidavano nel quadro appena ricomposto: il primo derivava dall\u2019egemonia goduta in quel momento dalla lotta armata, la quale port\u00f2 a sintetizzare il contenuto della rivolta nell\u2019uso del mitra, dal quale fare sgorgare l\u2019attivit\u00e0 politica e mediante il quale costruire l\u2019unit\u00e0 nazionale. L\u2019obiettivo della custodia del mitra si trasform\u00f2 precocemente in un motivo di apprensione, specialmente quando sull\u2019orizzonte balenava come un miraggio la possibilit\u00e0 di pervenire a un qualche compromesso politico. Il secondo, strettamente legato al primo, consisteva nell\u2019elaborazione del concetto di \u00abbase sicura\u00bb, cio\u00e8 quella zona protetta che doveva servire come rampa di lancio della lotta armata, ancora a imitazione di altre esperienze rivoluzionarie correnti. Le terre a Oriente del Giordano erano state scelte per essere questa base sicura, \u00abla piccola Hanoi\u00bb o \u00abl\u2019Hanoi degli arabi\u00bb, come fu detto, ma senza tener nel dovuto conto che esse appartenevano a un\u2019entit\u00e0 araba custode della propria sicurezza nazionale e non disposta a sacrificare la propria integrit\u00e0 a favore del concetto di \u201csicurezza pan-araba\u201d, per il quale non si d\u00e0 sicurezza parziale per alcun singolo stato sino a quando l\u2019insieme del mondo arabo si trovi sotto la minaccia di Israele.<\/p>\n<p><em>Scoperta graduale dell\u2019Altro<\/em><\/p>\n<p>L\u2019uscita traumatica dell\u2019OLP dalla Giordania, dopo gli eventi sanguinosi del \u201csettembre nero\u201d 1970, portarono questi due nodi al pettine e al tempo stesso aprirono una nuova fase di riflessione. Si trattava anzitutto di tornare all\u2019azione politica e a un coinvolgimento pi\u00f9 ampio delle masse, cessando di vedere nella lotta armata la strada unica per la liberazione. In secondo luogo, si cristallizzava la presa di distanza dalla Giordania: se qualcuno poteva ancora sperare di recuperarla come \u00abbase sicura\u00bb, in realt\u00e0 era ormai consolidata l\u2019opposizione al progetto di un\u2019unione dei due territori sotto una \u201cmonarchia araba unitaria\u201d. In terzo luogo \u2013 fatto ancora pi\u00f9 rilevante \u2013 si fece largo la novit\u00e0 di un programma graduale, per fasi, rinunciando cio\u00e8 all\u2019obiettivo primitivo di una liberazione immediata e totale della Palestina: dalla politica del \u201ctutto o niente\u201d si passava a quella mirante alla creazione di una \u201cautorit\u00e0 nazionale\u201d su qualsiasi lembo di terra palestinese dal quale Israele si fosse ritirato.<\/p>\n<p>Veniva inaugurata con ci\u00f2 una fase nuova nella coscienza identitaria palestinese, alla quale contribuivano fattori quali la percezione ormai consolidata del carattere limitato dell\u2019impatto militare arabo (anche dopo il \u201cmezzo successo\u201d nella guerra dell\u2019ottobre 1973), il riconoscimento ottenuto dall\u2019OLP quale rappresentante unico del popolo palestinese, i contatti tessuti a livello internazionale, in particolare con l\u2019Unione Sovietica, e il balenare per la prima volta della possibilit\u00e0 di utilizzare l\u2019arma petrolifera a vantaggio della questione palestinese. Malgrado le solenni assicurazioni date sul permanere della natura intrinsecamente combattente di questa autorit\u00e0 nazionale e sul fatto che essa si sarebbe servita della pur piccola porzione di terra riconquistata come nuova \u00abbase sicura\u00bb di attacco del nemico, la vera sostanza della svolta non sfugg\u00ec a quelle componenti dell\u2019estrema sinistra che bollarono il progetto come un complotto americano mirante a liquidare l\u2019esperienza della lotta armata e a impedire alla rivolta di conseguire i suoi obiettivi strategici originari.<\/p>\n<p>Gli anni che conducono dalla guerra di Yom Kippur (1973) alla prima intifada, la rivolta popolare scoppiata a Gaza e propagatasi negli altri territori occupati alla fine del 1987, sono dunque, nella ricostruzione di Charif, segnati dalla definizione travagliata del nuovo scenario, che apriva concretamente la strada a un futuro di convivenza con gli israeliani: accettazione delle decisioni ONU riguardanti la spartizione della Palestina; sostituzione della pi\u00f9 vaga formula \u201cautorit\u00e0 nazionale\u201d con quella di \u201cstato palestinese autonomo\u201d, omettendo la menzione dell\u2019antico obiettivo strategico (liberazione dell\u2019intera Palestina); disponibilit\u00e0 a trattare in sede internazionale \u2013 anche in tandem con la Giordania \u2013 con Israele, nella sua porzione pi\u00f9 democratica e progressista<em>.<\/em> L\u2019intifada popolare del 1987 diede la spallata decisiva, spostando il baricentro dell\u2019elaborazione politica dall\u2019esterno all\u2019interno della Palestina e portando infine a consacrare il principio \u201cdue stati per due popoli\u201d e il riconoscimento del diritto di Israele di esistere. La \u201cDichiarazione dei principi\u201d del 19 agosto 1993 e lo scambio delle \u201clettere di riconoscimento\u201d, datate al successivo 9 settembre, avrebbero apposto il sigillo internazionale all\u2019evoluzione gi\u00e0 compiutasi nel Consiglio Nazionale palestinese del novembre 1988.<\/p>\n<p>Sul fronte arabo si era nel frattempo consumato il divorzio dalla Giordania, che seguiva di venti anni quello dall\u2019Egitto, maturato in seguito agli accordi di Camp David del 1978: \u00ab\u00c8 ormai chiaro l\u2019orientamento palestinese e arabo convinto della necessit\u00e0 di far emergere in modo completo l\u2019identit\u00e0 palestinese, in tutto ci\u00f2 che riguarda tale questione\u00bb. Parole da incidere nel piombo, quelle pronunciate da re Husayn in occasione dell\u2019annuncio (luglio 1988) del disimpegno giordano, a chiusura del lungo capitolo della tutela diretta dei vicini arabi sul destino palestinese. L\u2019isolamento patito a causa del sostegno prestato \u2013 con la sola eccezione di Hamas \u2013 alla tragica avventura irakena nel Kuwait del 1990, sarebbe paradossalmente servito a sottolineare l\u2019inizio di una fase nuova nei rapporti intra-arabi.<\/p>\n<p><em>Esplosione dell\u2019elemento religioso<\/em><\/p>\n<p>Se gli anni che portano agli accordi di Oslo del 1993, alla stretta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhaq Rabin sotto l\u2019incombente sorriso di Bill Clinton, segnano il passaggio dalla logica della \u201cgiustizia assoluta\u201d a quella della \u201cgiustizia storicamente possibile\u201d, il fatto veramente nuovo, in totale controtendenza, \u00e8 l\u2019imporsi sulla scena del fronte religioso, che diviene la nuova punta di lancia del blocco del rifiuto, sostituendosi al ruolo precedentemente giocato dalle formazioni dell\u2019estrema sinistra. L\u2019emergere recente della componente religiosa ha in realt\u00e0 radici lontane, collegate ai primi pronunciamenti di Hasan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, sulla questione palestinese. Fin dall\u2019inizio i Fratelli Musulmani avevano legato strettamente l\u2019ebraismo, in quanto religione, al sionismo, in quanto progetto politico, e si erano opposti in modo reciso a qualsiasi progetto di partizione, nel quale leggevano il complotto ordito \u00abtra i crociati cristiani e il sionismo mondiale\u00bb. Questo approccio finiva per travolgere \u2013 come si pu\u00f2 ben vedere negli scritti dello shaykh Taqiy al-Din al-Nabhani, fondatore nel 1953 a Gerusalemme del Partito Islamico di Liberazione, antesignano di Hamas \u2013 gli stessi sistemi partoriti dal nazionalismo arabo e le loro guide, considerati in definitiva un prodotto di quel mondo, che svendeva la Palestina agli ebrei.<\/p>\n<p>Si tratta dunque di una corrente che scorreva da lungo tempo in zone profonde della coscienza del popolo: essa aveva precocemente chiamato i musulmani alla fondazione di uno stato islamico nell\u2019area mediorientale, il quale avrebbe dovuto essere faro dei fedeli e punto di raccolta delle forze, e aveva indicato come indispensabile una radicale riforma dei costumi, in senso islamico. La sconfitta nella guerra dei Sei Giorni fu cos\u00ec attribuita, con limpida semplicit\u00e0, al divorzio tra arabi e <em>shari\u02bfa <\/em>islamica; i nazionalisti laici vennero inoltre accusati di avere rinchiuso la questione palestinese nel solo perimetro arabo, recidendola dal mondo islamico. Manifestatasi in modo pi\u00f9 netto nel 1982, in occasione dell\u2019intervento armato israeliano in Libano e della conseguente fuoriuscita delle forze palestinesi dalla loro seconda e ultima \u00abbase sicura\u00bb, la piena maturazione di questa corrente sarebbe avvenuta con la prima intifada e la nascita, dal grembo dei Fratelli Musulmani, di Hamas (sigla che vuol dire Movimento Islamico di Resistenza), forza impegnata dapprima in operazioni di resistenza civile, come il boicottaggio delle merci israeliane, e poi sempre pi\u00f9 coinvolta in azioni militari di guerriglia, attraverso le formazioni \u02bfIzz al-Din al-Qassam. Prima la minimizzazione del fenomeno, poi il crescente timore serpeggiante tra gli esponenti delle varie anime del nazionalismo laico palestinese non poterono nulla contro l\u2019ascesa prepotente di Hamas, che rivendicava tra l\u2019altro l\u2019applicazione esatta delle regole democratiche in fatto di rappresentativit\u00e0, ben sapendo che il principio \u201ci voti si contano e non si pesano\u201d gli avrebbe messo in mano le chiavi del potere.<\/p>\n<p>Quanto ai contenuti del discorso politico di Hamas, esso era nella sostanza quello delineato dai padri del fondamentalismo islamico oltre mezzo secolo prima: dal confine con il Libano a quello con l\u2019Egitto, dal mar Mediterraneo al fiume Giordano, l\u2019intera Palestina \u00e8 un <em>Waqf, <\/em>vale a dire una propriet\u00e0 religiosa, inalienabile sino al giorno del Giudizio; i musulmani dovranno rendere conto all\u2019Altissimo della sua fedele custodia. La lezione che Charif trae dall\u2019emergere del \u201cpalestinismo religioso fondamentalista\u201d \u00e8 che l\u2019evoluzione faticosa, ma reale, prodottasi nel campo palestinese non riusc\u00ec mai a generare mutamenti autenticamente sostanziali nella posizione di ostilit\u00e0 dell\u2019<em>Altro<\/em>, a conferma del fatto che le ragioni del rifiuto sionista della \u201cverit\u00e0 palestinese\u201d sono pi\u00f9 tenacemente radicate di quelle del rifiuto palestinese della \u201cverit\u00e0 sionista\u201d e alimentano, per forza di cose, un rifiuto analogo, anch\u2019esso \u201cnel nome di Dio\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>La tragedia di Gaza e il futuro di un popolo<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <\/em>L\u2019originale arabo di <em>Palestinesi, storia di un popolo <\/em>era uscito nel 2019, dunque quattro anni prima della deflagrazione di Gaza. Charif concludeva il suo lavoro con un riconoscimento al significato della cultura palestinese come strumento di resilienza, di speranza contro ogni speranza: \u00abGli scrittori e gli artisti palestinesi hanno prodotto una ricca cultura, che insegna a non arrendersi di fronte all\u2019oppressione, nonostante lo squilibrio di forze. Essi prodigano sforzi enormi per proteggere l\u2019identit\u00e0 nazionale palestinese e per impedire la marginalizzazione della narrazione storica del popolo, specialmente in relazione ai profughi, che rappresentano la stragrande maggioranza dei palestinesi e che il ritorno in patria \u00e8 il progetto al quale hanno diritto\u00bb. Con queste parole terminava l\u2019originale arabo. Per l\u2019edizione italiana gli ho chiesto di scrivere un\u2019appendice dal titolo <em>Quale futuro dopo il 7 ottobre? <\/em>Ne riporto le righe iniziali, che condensano tutto il pensiero dell\u2019Autore: \u00abLa storia del conflitto israelo-palestinese non \u00e8 iniziata il 7 ottobre 2023. Piuttosto, quel giorno sanguinoso, che ha visto l\u2019uccisione di circa 1.200 israeliani, la maggior parte dei quali civili, il sequestro di altri circa 250 trasferiti nella Striscia di Gaza, e l\u2019uccisione di un numero ancora imprecisato di palestinesi, \u00e8 stata solo una tappa sulla strada di un conflitto che continua da pi\u00f9 di un secolo. Non c\u2019\u00e8 dubbio, tuttavia, che i risultati dello scontro in corso oggi nella Striscia di Gaza determineranno il futuro della questione palestinese: metter\u00e0 finalmente il popolo palestinese sulla via della liberazione, oppure porter\u00e0 ad una nuova <em>Nakba<\/em>?\u00bb.<\/p>\n<p>La domanda mi riporta a un lontano dialogo con lui, un pomeriggio di novembre, nel suo studiolo ingombro di libri, in un quartiere di Damasco un tempo fitto di giardini orientali, quasi sulle sponde del fiume Barada, quando gli domandai a bruciapelo come avrebbe sintetizzato in una frase l\u2019intera vicenda palestinese. Rispose senza esitare: \u00abAl-intiqal min karitha ila ukhra\u00bb<em>, <\/em>vale a dire \u00abil passaggio da un disastro all\u2019altro\u00bb. Subito dopo, per\u00f2, aggiunse: \u00abMalgrado ci\u00f2 il nostro popolo non se n\u2019\u00e8 andato, \u00e8 rimasto sulla terra e anzi demograficamente cresce pi\u00f9 degli israeliani. Questa \u00e8 forse l\u2019unica cosa concreta che dice che la nostra storia l\u00e0 non \u00e8 finita\u00bb. Il ventennio successivo a quel dialogo ha drammaticamente confermato la prima parte della risposta. Quanto alla seconda parte, c\u2019\u00e8 da chiedersi seriamente se non rischi di essere smentita dagli eventi di cui siamo testimoni diretti: ci\u00f2 che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania non mette forse a repentaglio l\u2019esistenza stessa del popolo palestinese?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(in collaborazione con www.inchiestaonline.it ) You are here: Home \u00bb Osservatorio Palestina \u00bb Ignazio De<\/p>\n","protected":false},"author":10,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-42559","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-primo-piano"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/42559","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/10"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=42559"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/42559\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":42561,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/42559\/revisions\/42561"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=42559"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=42559"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/valorelavoro-cert.cloud\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=42559"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}